Sicuramente il modo migliore per assoporare “la Piccola Valle di Dio” è quello di camminare, senza fretta, lungo i numerosi sentieri e strade che la percorrono, inoltrandosi tra i boschi. I boschi di Caprese non sono delle foreste selvagge ma, da secoli, sono stati frequentati e vissuti dalla popolazione del luogo, che vi ha lasciato i segni di questa antropizzazione: antiche vie selciate, seccatoi per le castagne, rifugi per i boscaioli, chiese e santuari. Muniti di una carta dei sentieri si possono compiere numerose escursioni, a piedi o in mountain bike, o anche semplici passeggiate, tra i boschi. Pur nella sua varietà di scenari, infatti, il territorio di Caprese non è molto grande (66 kmq.) e, pertanto, quasi tutti gli itinerari possono essere percorsi in mezza giornata o anche poche ore. I sentieri o le antiche strade che si inoltrano nella foresta, poi, partono direttamente dalle principali località come Manzi, Caroni, San Polo, Ponte Singerna, Lama e le sopra nominate Fragaiolo e Samprocino.

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LA MAPPA

 

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Alpe della Faggeta -Prati della Regina ed Eremo della Casella

 

E' il percorso più lungo di tutti anche se, per il tratto dai Prati alla Casella, non vi sono dislivelli significativi dato che l'intero percorso si sviluppa lungo il crinale della catena montuosa, tra le faggete, con viste mozzafiato verso la Valtiberina, da una lato, e il Casentino, dall'altro.

Volendo ci si può fermare ai Prati della Regina: sono una lunga e riposante fascia erbosa che percorre tutta la cima dell'Alpe della Faggeta. Il punto più alto si chiama Monte Castello, forse perché, nonostante l'altezza (1415 metri) vi era appunto un'antica fortificazione (se non un vero e proprio villaggio fortificato). Non molto distanti sono l'imponente rupe del Sasso della Regina e il monumento ai morti della seconda guerra mondiale. Sull'alto di questi bellissimi prati, infatti, si svolse una cruenta battaglia di quel conflitto, della quale rimangono le tracce delle trincee.

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Croce Coperta e la Balza di San Francesco

 

Questo itinerario è impegnativo ma percorribile in tre-quattro ore. Si sviluppa sul crinale della collina boscosa che costeggia, ad est, il Singerna, da Gregnano fino alla Frasca Verde. La cima della lunga collina si chiama Croce Coperta perché vi sarebbe sorto, in mezzo alla foresta, un eremo.


La strada parte da Gregnano e si snoda fin sulla cima, piuttosto piatta, della collina. Da qui un'altra strada, tra prati e boschi, conduce verso est e, passando da Armena, arriva fino all'ampia e bellissima piana di San Casciano, lungo la via per Pieve Santo Stefano. Continuando invece lungo il crinale della collina, non senza difficoltà, si giunge alla Balza di San Francesco. Qui il santo, in uno dei suoi viaggi verso La Verna, si sarebbe seduto per riposarsi ed effettivamente la pietra presenta l'impronta di un uomo seduto. Non vi è nessuna cappella e neanche una croce: intorno all'impronta c'è solamente la solitudine del bosco. Il sentiero, scendendo, termina poi in prossimità dell'antica abbazia di Tifi, risalente al Medioevo, che domina il paesaggio circondata dagli ulivi.

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La Via della Celle

 

Questo percorso, lungo una strada sterrata percorribile anche con l'auto e, pertanto, ottima anche per le biciclette, parte dalla strada tra Fragaiolo e Valboncione e conduce verso il Monte Faggeto (è il nome con cui a Caprese si indica l'Alpe di Catenaia) a oltre 1000 metri di quota. La prima cosa che si nota, solitaria sulla cima di una collina sulla destra, è la chiesa in rovina di Centosoldi o Censoldo, completamente ricoperta dalla vegetazione. Si tratta dell'antica chiesa di Fragaiolo, che risaliva addirittura al Medioevo.

Era dedicata a San Biagio ma non si sa esattamente l'origine del suo strano nome. Si è ipotizzato che derivi da “Centosoli” per la sua magnifica e continua esposizione al sole. Facendo attenzione alle macerie si può salire sulla sommità di fronte alla chiesa e godere di alcuni bellissimi panorami sulla valle di Caprese, sull'Alpe della Luna, sull'Alpe della Faggeta e, abbarbicato sulle pendici della collina stessa, sul caratteristico paesino di Valboncione. Si possono notare ancora i resti di un grande falò. In realtà si tratta di più falò: ogni anno, per secoli, nella notte del 3 febbraio, giorno di San Biagio, la popolazione di Fragaiolo saliva su questa collina per accendere il grande “lume a San Biagio”. La tradizione sopravvive tuttora ma il falò viene acceso ormai nel paese.
Riprendendo la strada si attraversano castagneti secolari con castagni enormi ed in breve si raggiunge il torrente Camaiano, dalle acque limpidissime. La sorgente è molto vicina e pertanto si tratta di un ruscello. Accanto alla strada lo attraversa un ponte di legno.
La via comincia a salire e si incontra un antico e grandissimo seccatoio per le castagne. Pur essendo la vallata molto stretta mano a mano che si sale il panorama si apre sempre di più. I castagni secolari cominciano a cedere il posto ai faggi ma è questo il punto in cui si arriva alla Celle. Si incontra prima una casa e, più avanti, in un magnifico pianello con castagni grandissimi, un'altra. Queste due case, private e usate tuttora per villeggiatura, sono di origine molto antica, probabilmente qualche secolo: decisamente particolare è la loro posizione a quell'altezza e in mezzo alla foresta, lontanissime dai centri abitati. Di fronte alla seconda casa, più in basso, un gigante della natura: un enorme e secolare castagno, uno dei più grandi dell'Appennino.

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La Via dell'Aiola

 

E' un percorso breve e facilissimo (tre ore scarse) che, attraversando i castagneti, porta dalla Lama fino a Trecciano, lungo la via per l'Alpe della Faggeta. L'inizio, dal lato di Lama, è nel gruppo di case delle Bozie. Da qui si discende verso il torrente Camaiano nel punto in cui vi si getta il Fosso Buio: si tratta di un luogo ombreggiatissimo, fresco anche in piena estate.

Di là dal torrente un antico mulino. Seguendo la strada aumenta la quota e ai cerri si sostituiscono i boschi di castagni. Per molteplici fattori, tra cui il cambiamento climatico, la quota in cui crescono i castagni aumenta sempre di più: si dice che una volta questi arrivassero fino alla Lama (500 metri). Durante il percorso si incontrano numerosi e limpidissimi ruscelli che scendono verso il Camaiano, mentre il panorama si apre sempre di più: spicca, abbarbicato su una collina di fronte, il caratteristico paese di Valbancione, con le sue antiche case di pietra disposte a cascata; subito sopra, sulla cresta della collina, le suggestive e solitarie rovine della chiesa di Censoldo, in mezzo al bosco. 
Tra i castagneti sono numerosi gli antichi seccatoi nei quali una volta si seccavano le castagne per poi ricavarne farina. Risalgono al Medioevo e, quelli che non sono in rovina, vengono utilizzati durante la castagnatura come riparo o come rimessa per gli attrezzi. Il percorso termina nei pressi di Trecciano lungo la via asfaltata che conduce all'Alpe della Faggeta, proprio alla base della collina, posta sulla sinistra sulla quale sorgeva l'antico castello di Trecciano.

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La Via delle Terre Gialle

 

E' un percorso piuttosto comodo, che si sviluppa su strada sterrata, in mezzo al bosco, per il quale occorrono tre ore di cammino e che collega Trecciano con il santuario della Selva. Questo permette, pertanto, di percorrere tutta la zona di Monna a mezza costa, al di sopra della maggior parte dei centri abitati. Delle vie agevoli, sempre sterrate, collegano a intevalli quasi regolari la strada con le varie località: Colle di San Polo, San Polo, Caroni (attraverso Gorfi) e Manzi.


L'intinerario parte da Trecciano, posto sostanzialmente lungo la via che collega Caprese con l'Alpe della Faggetta. L'antico castello di Trecciano non sorgeva però nel luogo attuale ma in posizione dominante sull'alta collina alle spalle del villaggio, lungo lo spartiacque con la profonda conca della Lama.
Il paesaggio è apertissimo: lo sguardo spazia dalla Romagna, con il Monte Fumaiolo, fino al lago di Montedoglio. Di fronte, al di là del corso del Singerna, si ha una prima linea di colline con, nell'ordine, il colle della scomparsa abbazia di Dicciano, Poggio Rosso e Fungaia. Oltre a queste, separata dalla valle del Tevere, l'imponente mole dell'Alpe della Luna.
Trecciano si trova nel punto in cui terminano le aree coltivate e i pascoli ed inizia la grande foresta dell'Alpe della Faggeta. Poco dopo, oltrepassato il gruppo di case di Cà del Lucchio, ci si inoltra nel bosco. Dopo aver attraversato le limpide acque del torrente Cerfone si giunge, all'altezza di Colle di San Polo, agli splendidi castagneti delle “Terre Gialle”. Il nome del luogo è dato dalla particolare colorazione del terreno, di un ocra intenso, a tratti rossastro, dove prosperano i secolari castagni.
Continuando nel bosco, nel quale comunque si nota la presenza di una secolare antropizzazione si nota, in basso, l'ampio prato perfettamente pianeggiante sul quale sorgeva un tempo il castello di Priello. Si trattava di un vero e proprio villaggio, di nome Perillo, con le abitazioni e la sua chiesa, dedicata prima a San Pietro e quindi a Santa Lucia. Secondo gli antichi documenti San Francesco, in uno dei suoi viaggi verso la Verna, aiutò a restaurare questa chiesa, come fece poco dopo con quella di San Polo. Niente rimane dell'antico passato: c'è solamente il vasto prato erboso con una vista splendida che va dalla Verna al paese di Caroni, giù in basso, e all'Alpe della Luna, di fronte.
Attraversando ancora il bosco si giunge quindi al caratteristico borghetto in pietra di Selva Perugina, il cui nome dialettalmente si è trasformato fino a diventare Samprocino. E’ collocato al limitare dei castagneti, da un lato, e i campi e i prati, dall’altro. Vicino al borghetto, in mezzo a un magnifico castagneto si arriva al santuario della Selva, solitario nel silenzio della foresta.

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Le vie per l'Eremo della Casella

 

L'eremo, con la sua chiesa, sorge a sulla cima del Monte Foresto, a circa 1300 di altezza e può essere raggiunto da due strade alternative in poco più di un'ora di cammino: una sale dal paese di Fragaiolo, l'altra dalla zona di Sovaggio (Muggibiano).
La prima, sebbene sia più ripida, e comunque sterrata, è percorribile anche con le auto; circa 500 metri prima del santuario, però, si deve lasciarle per rispetto del luogo.

Sin dall'altezza di Fragaiolo la strada si inoltra tra gli splendidi castagneti che ombreggiano il percoso. Fra questi, sparse nel bosco, si notano delle antiche costruzioni in pietra murate con la terra: sono i seccatoi per le castagne, che risalgono addirittura al Medioevo. Alcuni sono abbandonati ed in rovina, altri vengono tuttora utilizzati, durante la castagnatura, come riparo o come depositi degli attrezzi. Una volta, per circa un mese, vi venivano seccate le castagne: doveva esservi tenuto costantemente acceso un fuoco che facesse molto fumo, ma senza le fiamme. Salendo sempre di più i castagni cedono il posto ai fittissimi faggi, che accompagnano fin sulla cima dove, intorno al piccolo e solitario santuario, si stende un vasto prato.
La via che sale da Sovaggio, per quanto più sconnessa, è molto meno ripida. Non si addentra nel bosco fitto come quella di Fragaiolo ma si apre ad ampi panorami, sia verso la Valtiberina che verso il Casentino. Nel suo primo tratto il paesaggio è quello della brughiera: grandi massi, erba e arbusti. Mano a mano che si sale il percorso è scandito da delle grandi croci di legno che ricordano la sua sacralità legata a San Francesco: la croce del Varco, la croce della Malcima e, nel grande prato sulla cima, la croce della Casella.
 

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Poggio Rosso e l'"Acqua Puzza"

 

Poggio Rosso si trova sul lato di sinistra del Singerna, accanto alla collina di Fungaia. Ha un paesaggio particolare, molto meno rigoglioso del resto del territorio di Caprese, che a tratti si presenta quasi “lunare”, con le rocce che affiorano in superficie e la vegetazione rada e sparsa. Sicuramente non c'è la presenza dell'uomo: si tratta di una riserva naturale statale ed infatti molti degli alberi che vi sono (soprattutto cipressi dell'Arizona) sono stati piantati, con un programma di rimboschimento, dalla Forestale.

Poggio Rosso può essere raggiunto da nord, dalla zona di San Casciano (in questo caso con una comoda via sterrata) o da sud, attraverso un sentiero CAI. Partendo dalla località di Gamboli, nei pressi di Manzi, il sentiero ripercorre un'antica strada romana, della quale si intravede ancora il selciato: si tratta della Via Ariminiensis (via Riminese) che collegava, da ovest a est, Arezzo con Rimini. Passava da Poggio Rosso e valicava l'Appennino attraverso il passo di Via Maior (Via Maggiore, l'attuale Viamaggio), per poi proseguire lungo il corso del Marecchia. Giunti nei pressi della località di Ontaneto si attraversa il Singerna incontrando subito dopo le rovine dell'antico Mulino di Fungaia, abbandonato da decenni. E' l'ultima costruzione che si incontra. Poggio Rosso, oltreché per il paesaggio naturale particolare e inconsueto, offre uno splendido panorama verso la sponda destra del Singerna, dai Monti Rognosi a Caprese, il tutto sovrastato dalla mole boscosa dell'Alpe della Faggeta. Ma il luogo presenta anche un'altra particolarità: la cosiddetta “Acqua Puzza”. Dal sottosuolo, infatti, fuoriescono dei gas tra i quali vi è lo zolfo (che dà appunto la sensazione di cattivo odore). Nelle tre cavità da cui fuoriscono i gas, però, ristagna l'acqua piovana che, quindi, ribolle continuamente, pur essendo a temperatura ambiente. Vi sono pertanto, nell'ambito della riserva, tre polle di “Acqua Puzza”. Una volta il fango di queste polle veniva usato per curare i reumatismi. Se il tempo era particolarmente siccitoso e pertanto le polle erano asciutte bastava portare con sé dell'acqua: appena gettata là dove esce il gas iniziava a ribollire e quindi formava del nuovo fango da applicare.

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Via della Frasca Verde

 

E' un percorso breve, di circa un'ora, e piuttosto agevole. La Frasca Verde è la stretta gola che delimita a nord il colle del castello di Caprese, attraverso la quale il Singerna esce dalla conca della Lama. E' una gola molto stretta che, dal suo lato sinistro, presenta un grande scoglio; qui, si dice che, nascosta da qualche parte, ci sarebbe una grotta “la Buca delle Fate”.

Pare che uno speleologo a inizio Novecento ne avesse trovato l'ingresso ma, per evitare incidenti, questo fu chiuso per sempre. 
La via segue il tracciato di un'antica strada romana abbandonata, della quale in molti punti si vede il selciato regolare e, dal lato opposto a quello di Caprese, collega l'abbazia medievale di Tifi con la Lama. Una particolarità della zona attraversata da questa via è che, essendo esposta a sud, in pieno sole, e protetta dal vento da nord, non è mai soggetta a temperature rigide, anche in pieno inverno. Nel suo primo tratto, partendo da Tifi, si percorrono degli oliveti per poi giungere ad una superba ed insolita visione del castello di Caprese, vicinissimo ma separato dalla Frasca Verde
Ridiscendendo verso la Lama il paesaggio cambia notevolmente: non vi sono più i segni dell'attività dell'uomo e il bosco si è riappropriato dei terreni un tempo coltivati: tra la vegetazione si possono ancora notare i resti dei muretti a secco degli antichi terrazzamenti. 
La via passa sopra la gola, a mezza costa, senza mai raggiungerla. Alla Frasca Verde, con il suo bosco di San Giovanni, si può però arrivare con una semplicissima passeggiata di neanche cinque minuti: basta prendere la via sterrata in discesa in corrispondenza del cartello “Lama” che si trova scendendo dalla collina di Caprese. D'estate è uno splendido posto per fare il bagno nel Singerna.